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MEB - Museo Ebraico di Bologna

via Valdonica 1/5
40126 Bologna
Italy
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Fax +39 051.235430
email: info@museoebraicobo.it

 

Riflessioni sul Giorno della Memoria...

"...Crediamo che la cultura sia uno strumento potente, ma lento e imperfetto, per combattere le idee oscure che la paura, i cambiamenti e le tensioni alimentano. La cultura, che è l’unica arma a nostra disposizione, opera come dicevamo in modo lento: deve scalfire i pregiudizi, indebolirli con un po’ di ironia, aiutare a trovare analisi più efficaci della realtà con una giusta dose di fatti. Quando riesce a penetrare nella corazza delle visioni sociali basate sul capro espiatorio deve anche offrire idee migliori, soluzioni convincenti, per vincere su conflitti e soprusi. Indirizzare il lavoro culturale è dunque molto importante..."
Riflessioni sul Giorno della Memoria...

Michel Kichka al MEB

Michel Kichka al MEB

"Autorità, cittadini, amici, apriamo oggi le iniziative per la XVII Giornata della Memoria. Ormai da molti anni noi del Museo, insieme alla Comunità Ebraica, alle Autorità e a molti cittadini sensibili, ci ritroviamo per proporre iniziative che aiutino il mantenimento della memoria e la comprensione dei meccanismi che possono portare alla persecuzione e alla perdita dei valori fondamentali della civile convivenza. Il ricordo e la comprensione dei meccanismi che hanno portato alla Shoah hanno senso non solo come esercizio culturale, ma perché ci motivano a vigilare nelle dinamiche della società per evitare che essi si ripresentino. Tuttavia dopo molti anni di Giornata della Memoria dobbiamo constatare che l’antisemitismo e la negazione del diritto degli ebrei di organizzarsi in forma di stato (cioè l’antisionismo) sono più forti che mai, che l’immigrazione riaccende paure oscure, che il terrorismo islamico trova sostenitori e simpatizzanti nella libera Europa.

Crediamo che la cultura sia uno strumento potente, ma lento e imperfetto, per combattere le idee oscure che la paura, i cambiamenti e le tensioni alimentano. La cultura, che è l’unica arma a nostra disposizione, opera come dicevamo in modo lento: deve scalfire i pregiudizi, indebolirli con un po’ di ironia, aiutare a trovare analisi più efficaci della realtà con una giusta dose di fatti. Quando riesce a penetrare nella corazza delle visioni sociali basate sul capro espiatorio deve anche offrire idee migliori, soluzioni convincenti, per vincere su conflitti e soprusi. Indirizzare il lavoro culturale è dunque molto importante.

Perciò abbiamo detto altre volte che vanno fatte riflessioni sulla giornata della Memoria. Essa come noto fu istituita nel 2000, scegliendo la data simbolo del 27 gennaio, anniversario della liberazione di Auschwitz nel 1945. Le prime edizioni hanno mostrato la validità delle idee e del lavoro fatto, ed hanno visto un fiorire di iniziative di divulgazione, di conferenze di sopravvissuti, di approfondimento del tema dei giusti, cioè di quelle persone che a rischio della vita e senza ricompensa aiutarono gli ebrei perseguitati a salvarsi. A queste iniziative si sono poi affiancate attività di studio e approfondimento nelle scuole, spesso mirate a aiutare i ragazzi a immedesimarsi in storie realmente accadute a ragazzi della loro età, e si sono cercate, sempre avendo a mente le scuole, altre forme di coinvolgimento immediato. Un coinvolgimento che convogliasse il messaggio dell’orrore della Shoah senza bisogno di un percorso di studio, nella fiducia che poi esso avrebbe suscitato l’interesse ad approfondire. Si sono dunque attivati col meritevole aiuto delle Istituzioni i viaggi nei luoghi della memoria, e in particolare ai campi di concentramento e sterminio, ai quali spesso si sono affiancate produzioni di video e veri e propri documentari, come quello assai interessante che sarà proiettato al MAST lunedì sera 30 gennaio.

Queste iniziative, a molte delle quali anche il nostro Museo ha partecipato con convinzione, hanno in comune, come dicevo prima, di far leva sul pathos, cioè sulla capacità di immedesimazione che i racconti dei testimoni o la visita dei luoghi del dolore e della disperazione evocano nel nostro animo. Ma i testimoni sono sempre meno numerosi e sono più anziani, e i luoghi della memoria, che erano baracche di legno e campi di fango e freddo, si stanno trasformando in attrezzate mete del turismo della memoria. Inoltre il ricorso al pathos, col suo indubbio successo, non solo rischia oggi di esaurire la sua efficacia, ma ha anche un effetto collaterale su cui occorre meditare: avere associato con successo la Shoah attraverso molti sforzi culturali, ad una identificazione generalmente indiscussa con la più grande delle sofferenze ha creato una specie di marchio commerciale del dolore.

Oggi chi vuole attirare simpatia per le sofferenze di un popolo, di un gruppo politico, di una minoranza è tentato dal paragonare le battaglie e le sofferenze di quel gruppo col dolore della Shoah, perché ciò, senza sforzo, ingenera nel suo pubblico una immediata simpatia. È figlio di questo successo l’aberrante paragone tra sionismo e nazismo, o le affermazioni che Gaza sia un campo di concentramento, anche se è evidente che pur con tutte le criticità del caso la popolazione di Gaza cresce e non cala, contrariamente a quel che accadeva nei campi, e che il paragone alla fine giova solo a banalizzare il nazifascismo. In altre parole il pathos ha diffuso la simpatia per la tragedia del popolo ebraico, ma con esiti imprevisti: alla simpatia non è collegata una conoscenza sufficiente per fare paragoni ragionati, ed è invece collegato un senso di colpa che per alcuni si esorcizza attribuendo alle vittime le stesse colpe dei loro carnefici.

Se questa analisi è condivisibile, bisogna allora cominciare a discutere di iniziative culturali nuove, che affianchino al pathos altri strumenti di riflessione, conoscenza e che pongano un argine all’insegnamento dell’odio per il prossimo, ancora così diffuso in molte culture.

Forse una risposta a questa sfida è la ritualizzazione. Essa è stata attuata con successo 25 secoli fa dagli ebrei con il libro di Ester, che racconta di Purim, cioè del tentativo di un ministro persiano di annientare il popolo ebraico. La ritualizzazione fornisce informazioni storiche e giuridiche, elementi di colore e di pathos e insegnamenti morali codificati. E dà una delle più sintetiche ed efficaci descrizioni dell’artifizio logico dell’antisemita: “Haman disse allora al re Achashverosh: Esiste un popolo sparso e che se ne sta appartato tra i popoli, in tutte le province del tuo regno, e le sue leggi sono differenti da quelle di ogni altro popolo e non eseguiscono le leggi del re e al re non giova tollerarlo"(1). Esperti della memoria potrebbero riflettere su uno strumento laico e attuale per realizzare questo obiettivo.

Ma per il momento vi sono altri strumenti culturali da esplorare per continuare a comunicare il dramma di quegli anni, la sua complessità, la sua specificità, le lezioni che se ne possono trarre. Uno di questi modi è senza dubbio il fumetto che in questi anni ha percorso varie strade per rappresentare il tema del ricordo, e della difficoltà di raccontare. Siamo perciò molto lieti di ospitare la mostra sul magnifico lavoro di Michel Kichka: “La seconda generazione”. Essa percorre il tempo della difficoltà dei sopravvissuti a raccontare, del cambiamento culturale che consentì la divulgazione della memoria, la nascita delle manifestazioni basate sul pathos, i traumi dei figli e la constatazione della complessità di affrontare l’argomento della Shoah."

 

Guido Ottolenghi
Presidente Fondazione Museo Ebraico di Bologna

 

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(1) Ester III, 8

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